25 maggio, 2013

Il convento di San Rocco di Farnese: tra storia, federal ed arte


A cura del Padre Superiore del convento di S. Rocco[2].


Il primitivo convento abitato in Farnese dai frati Minori era quello costruito per essi, insieme alla Chiesa di San Rocco, da Giulia Acquaviva, moglie di Pier Bernanrdo (sic)[3]Farnese, nel 1560[4]. Tale convento costituisce attualmente il Monastero delle Clarisse di S. Maria delle Grazie, mentre i frati risiedono nella parte opposta del paese, nel luogo volgarmente detto S. Umano o S. Magno. Il cambio avvenne nel 1617 allorché la Ven. Francesca Farnese, monaca clarissa, chiese al padre Mario, Duca di Latera, che le facesse costruire un altro monastero presso Farnese, dove intendeva trasferirsi per vivere una vita più rigorosa con altre consorelle[5]. Il Duca a sua volta chiese ai frati di cederli il convento per lo scopo indicatogli dalla sua figlia, impegnandosi a costruire un nuovo e più grande per essi. Il che fu fatto appunto nel luogo ove si trova ora e nel quale fu trasferito anche il titolo di San Rocco[6].
La chiesa annessa a questo nuovo convento di San Rocco fu ingrandita nel secolo seguente e consacrata al culto il 21 giugno del 1733 da Mons. Simone Grilli, vescovo di Acquapendente[7]. Il piccolo coro primitivo fu, anch’esso, prolungato e abbellito o meglio arricchito da una vera opera d’arte quale sono gli stalli in noce intagliati da due frati francescani di origine francese, di ottima fattura e con notevoli motivi di interesse artistico[8]. Il coro era completato da un grande leggio corale, anch’esso in noce, restaurato alcuni anni fa e da alcuni anni, misteriosamente scomparso.
Nella chiesa di conserva un quadro molto bello di Santo Antonio da Padova, opera del Lanfranchi (1700) (sic)[9], mentre risulta assente un altro quadro di Santo Stefano dipinto verso la metà del 700 da Giuseppe Doprà (sic)[10], anche questo scomparso da qualche anno. Ma l’opera artistica più rinomata e importante della Chiesa è, certamente, il Crocifisso che troneggia sull’altare maggiore. È uno dei crocifissi miracolosi di fra Vincenzo da Bassiano, religioso francescano, morto il 25 marzo del 1694[11].
Il secolo XVII. fu il periodo d’oro dei così detti “crocifissari”, artisti, cioè specializzati nell’intagliare crocifissi in legno e non soltanto questi, ma anche statue, pale d'altare, cori, pulpiti, sagrestie ecc.
I “crocifissari” fiorirono specialmente nell’Ordine Francescano dove portarono - attraverso la scultura lignea -, un nuovo soffio di vita per un complesso di ragioni, alle quali non è estraneo l'amore alla povertà ed alla semplicità francescana che desideravano risplendesse come caratteristica particolari nei conventi e nella suppellettile delle loro chiese. Per una costante consuetudine, i frati francescani – specie dopo il prevalere tra loro di correnti più rigide e osservanti – volevano che gli stessi candelieri, le cornici intagliate ad ornamento dei quadri degli altari, perfino le balaustre dinanzi all’altare maggiore ed alle cappelle laterali, fossero in legno di colore naturale o leggermente tinteggiato a noce. Per norma generale – di povertà – era bandito delle loro chiese l’uso del marmo o di altro materiale pregiato.
Esigenze liturgiche ed una ordinazione che risale al Papa Leone X, volevano che sopra ogni altare venisse collocato il Crocifisso. Ma i Francescani erano indotti a questo anche per un particolare amore verso la Passione di Gesù Cristo, che avevano appreso dalle esortazioni e dagli esempi del loro Serafico Padre S. Francesco. Al periodo del secolo XVII-XVIII risale la diffusione enorme che i Francescani fecero del Pio esercizio della Via Crucis dentro e fuori delle chiese. La Via Crucis iniziava all’altare maggiore ove troneggiava il Crocifisso e dopo esser passata attraverso le 14 stazioni o fermate, si concludeva di nuovo davanti al Crocifisso.
Le circostanze sopra descritte spiegano l’improvvisa fioritura di artisti Francescani, che in poco più di un secolo si diffondono per la Sicilia, per la Calabria, nell’Lazio, nelle Marche, nella Lombardia, dovunque sorga un convento che senta e viva il nuovo soffio di vita serafica. Di qui lo sbocciare quasi improvviso del Pio fra Vincenzo da Bassiano; autore del Crocifisso esposto al culto della Chiesa di S. Rocco in Farnese; fin dal 22 Maggio del 1684[12], di altri Crocifissi; tra cui, il famoso crocifisso di Nemi.
Fra Vincenzo da Bassiano, laico Francescano, è uno di quei rari artisti isolati; che si manifestano tali prescindendo da ogni influsso della scuola e dell’ambiente; che sbocciano sul come per generazione spontanea senza subire alcuna spinta sterna né dai precetti del maestro; né dalla meccanica ripetizioni modelli di bottega.
Sospinto come da una misteriosa forza interiore, egli medita a lungo e profondamente il soggetto che ha colpito il suo spirito; ed un giorno da contemplativo si sente trasformato in artista.
Non è cresciuto in mezzo a confratelli scultori; nessuna tradizione precedente conduce la sua mano nel disegnare o scolpire le membra tormentati dei suoi Crocefissi; nemmeno una particolare inclinazione per la scultura lo introduce in questa insolita via. Anzi quando prende in mano la sgorbia ed il martello per dare vita alla prima delle sue statue; conosce appena i primi rudimenti dell’arte: La molla principale che lo muove è la sua pietà, alimentata dalla preghiera e dalla penitenza; e mediante questi mezzi riesce a manifestare con sincerità sorprendente i profondi sentimenti della sua anima contemplativa.
Il suo spirito provava un particolare amore verso Gesù Crocifisso; e la fantasia gli rappresentava così al vivo le ferite e le pene di lui come se le vedesse coi propri occhi. Si dedicava alla scultura – particolare singolare! – soltanto il Venerdì dopo avere atteso a lunghe e fervorose preghiere; unite a particolari penitenze ed a rigoroso digiuno protratto per tutto il giorno in pane ed acqua[13]. Non pensava a fatto di diventare un “Crocifisista” di professione; ma considerava questa pia occupazione quasi un aiuto alle sue profonde meditazioni; e sperava che l’opera sua riuscisse di vantaggio alle anime del prossimo ed alla sua. E così avvenne.
Le sculture di Fra Vincenzo si ispirano ad un realismo dal volta un po’ rude, che però scuote e commuove gli spettatori, eccitandone la devozione e la compassione. L’artista si rivela figlio del suo tempo ed è guidato da una fantasia vivace ed espressiva. Nel Crocifisso di Farnese Fra Vincenzo Modera alquanto il violento realismo precedente e anche nella colorazione delle carni.
Si mostra più circospetto; ma anche in quanto esemplare quante piaghe strazianti, quante lividure, quanto sangue diffuso raggrumato! Ma quella misticamente stupenda testa del Crocifisso, attira in modo particolare lo sguardo e il cuore del fedele.
La testa del Crocifisso, leggermente piegata sulla spalla destra, è coronata di spine che s’infiggono sulla fronte; gli occhi sono chiusi o semichiusi secondo la posizione da cui si osservano ed al quanto tumefatti; la bocca semiaperta, i capelli scendono sugli omeri la barba inanellata si diffonde sul petto. Nelle braccia distese si vedono ben rilevanti le parti carnose; le vene tumescenti ed alquanto in rilievo, si ramificano come tralci di edera lungo il tronco di un albero.
La vita mortificata e santa dell’umile religioso, l’espressione commovente del volto del Cristo, in aperto contrasto con la mediocre perizia sullo scultore, contribuirono molto ad accreditare la leggenda tramandataci dalla tradizione secondo la quale il volto del Salvatore sarebbe stato scolpito dagli angeli, che approfittarono un momento in cui il devoto religioso si era allontanato dalla cella del suo lavoro[14]. Lasciamola pure cadere questa leggenda, tanto più che una vera fede e una devozione genuina non la bisogno neppure del miracolo per credere e amare.
Il Crocifisso di Fra Vincenzo esposto nella chiesa di S. Rocco, è stato sempre venerato non soltanto dal popolo di Farnese, ma anche dai paesi vicini[15]. Per conservare ed accrescere il culto, fin dai primi tempi, fu istituita una celebrazione trentennale della sua festa. Nell’archivio del Convento c’è tutta una documentazione storica dei vari trentennali fin qui celebrati, sempre con solennità anche esterna con partecipazione numerosa di popolo e presenza di autorità religiose e civili. L’ultimo trentennale avvenne nel 1945 ed, il prossimo avverrà tra breve e cioè nel prossimo anno 1975[16].

Prossima la data, prossima l’occasione che ci è offerta per far ritrovare i fedeli di Farnese al culto fervoroso del “loro” Crocifisso che poi è il Cristo di tutte le anime redente. Nonostante i tempi difficili che stiamo vivendo, ogni sforzo sarà fatto per rinnovare la festa trentennale del Crocifisso nella maniera più efficace e solenne, conforme a quella bella tradizione quei nostri antenati ci hanno lasciato. Ricordiamo a questo punto il devoto gesto che qualche anziano lavoratore dei campi fa davanti alla Chiesa di S. Rocco per ossequiare il Crocifisso: il gesto di togliersi il cappello quando parte o ritorna dal lavoro. La nostra vita è un po’ una Via Crucis che si ripete ogni giorno: con il Cristo il fedele inizia la sua giornata, con il Cristo intende concluderla nella speranza di salvezza e della Resurrezione. 


[1] Usando come riferimento bibliografico, deve essere citato cosi: P. Modesto Cruciani, Convento di San Rocco: storia, fede, arte, Archivio della Parrocchia SS. Salvatore in Farnese, Mans., Cart. D4. Le note a pie di pagina sono mie.
[2] Dalla datazione sottointesa nell’articolo […] L’ultimo trentennale avvenne nel 1945 ed, il prossimo avverrà tra breve e cioè nel prossimo anno 1975; si può dedurre che il suo autore è, Padre Modesto Cruciani, O.F.M. [Ordine Francescano Frati Minori], superiore della Comunità in quelli anni; e, tutto’ora vivo. Con 91 anni di età, risiede a Roma, nella Parrocchia San Sebastiano Fuori le Mura. Per quest’ultima informazione, si ringrazia ad Antonio Bartoloni. Fu lui a riconoscere la grafia del francescano, autore dell’articolo.
[3] Il sic serve per evidenziare che l’uso incorretto o insolito della punteggiatura, dell’ortografia o della forma di scritta presente in una citazione, proviene dal suo autore originale. nel presente caso, si sa che il signore di Farnese è Pier Bertoldo Farnese.
[4] P. Casimiro da RomaMemorie istoriche delle chiese e dei conventi dei frati minori della provincia romana, Roma, 18452, 199. Cf. A. PalmieriTopografia statistica dello stato pontificio, Roma, Tip. Forense, 1857; AA.VV., Farnese: a ricordo del Terzo Centenario del SS. Crocifisso (1684-1984), Roma, Tip. A. Centenari, 1985.
[5] Cf. A. Nicoletti, Vita della venerabile Madre Suor Francesca Farnese, detta di Giesù Maria, dell' Ordine di Santa Chiara: fondatrice delli Monasterij di Santa Maria delle Gratie di Farnese, e della SS. Concettione di Albano, e di Roma, e Riformatrice del Monasterio di Santa Maria degli Angeli di Palestrina, Roma, Appresso Giacomo Dragondelli, 1660; P. Rietbergen, Power and Religion in Baroque Rome: Barberini Cultural Policies, Leiden, Brill Academic Publishers, 2006;A. Blasucci, «Maria Francesca Farnese»DIP, III, 1415-1416; S. Andretta, La venerabile superbia: ortodossia e trasgressione nella vita di Suor Francesca Farnese, Torino, 1999.
[6] Cf. P. Casimiro da RomaMemorie istoriche delle chiese e dei conventi dei frati minori, 200-206.
[7] Cf. P. Casimiro da RomaMemorie istoriche delle chiese e dei conventi dei frati minori, 205.
[8] Cf. Ibid.
[9] È alquanto anomala l’attribuzione dell’opera già che autori di maggior rilievo non lo fanno. Padre Casimiro da Roma, per esempio, di quest’opera, riconosce la sua esistenza ma non il suo autore. Descrivendo il convento farnesano afferma che, «Il quadro di s. Antonio, posto nella cappella situata in ‘cornu epistolae’ dell’altare maggiore è assai stimato dai pittori; e quello di s. Stefano è stato colorito da Giuseppe Doprà» (Cf. P. Casimiro da RomaMemorie istoriche delle chiese e dei conventi dei frati minori, 205). Un’ulteriore problema è la data che il frate attribuisce alla fattura del quadro perché, Giovanni Gaspare Lanfranco (Parma, 26 gennaio 1582 – Roma, 30 novembre 1647) è morto molto prima. L’unico dato che può far credere che l’opera sia sua è il fatto che lui, da giovanne sia stato affidato alla guida di Agostino Carracci che fu chiamato a Parma dal duca Ranuccio Farnese. Avendo il Duca stretti legami con i signori di Farnese, potrebbe essere stato il ponte tra il quadro e l’autore a cui viene attribuito (Cf. D.G. CavalleroGiovanni Lanfranco, un pittore barocco tra Parma, Roma e Napoli, Studi romani, 50, 2002; A. Brogi, «Lanfranco: ‘ritratto di santo’», in D. Lenzi,ed., Arti a confronto: studi in onore di Anna Maria Matteucci, Bologna, Compositori, 2004). Mancherebbe, a questo punto, la ricostruzione dei fatti che collaudassero l’arrivo dell’opera al Convento.
[10] Secondo Vesme, i fratelli Duprà - Giuseppe e Domenico - erano ritrattisti. Giuseppe (Torino, 1703 - Torino, 1784) fu allievo del romano Marco Benefial; e, che, nel novembre del 1750, con raccomandazione dell’Albani protettore del regno dei Savoia dal 1724, partì per Torino. Infatti, i fratelli Duprà sono documentati, entrambi come ritrattisti ufficiali dei Savoia, in un’attività congiunta nella stessa bottega. Durante il loro sodalizio eseguirono, sia autonomamente sia in collaborazione, numerosi ritratti originali e copie di ritratti documentati dai pagamenti [Cf. Schede VesmeL’arte in Piemonte dal XVI al XVIII secolo, II, 437-443]. In collaborazione con il fratello, realizzò ritratti e opere destinate non soltanto alla casa torinese, ma alle più importanti famiglie regnanti: incarichi arrivano da Parigi, da Madrid, da Vienna, dalla Baviera. Essendo un ritrattista, sembra poco probabile l’attribuzione del quadro scomparso. Quest’informazione di P. Modesto ha come probabile fonte l’opera di Casimiro da Roma, citata nella nota anteriore. Sarebbe, però, inprobabile che un francescano confondesse il tema dell’opera. Il quadro esistente non ritratta Santo Stefano e, si, San Francesco. Già, la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Lazio, nel suo site, attribuisce il dipinto su San Francesco a Domenico Duprà. «Alla stessa tornata di restauro ed agli studi connessi, alcuni in corso di pubblicazione, vanno riferite le identificazioni di altri dipinti […] Le stigmate di San Francesco’ in San Rocco a Farnese di DomenicoDuprà» [Cf. http://www.soprintendenzabsaelazio.it/news/news/page-2.html (31/08/2010)]. Resta aspettare la pubblicazione per capire e confrontare il criterio della catalogazione e le rispettive prove storiche e bibliografiche .
[11] Tra le poche tracce biografiche dello scultore, le più attendibili sono cinque. La prima, nomina quattro volte il bassianese; ma solo quando parla dei Crocifissi di Nemi e di Farnese [Cf. P.E. RomanelliFra Vincenzo da Bassiano e i suoi crocifissi in, AA.VV., Farnese: a ricordo del Terzo Centenario del SS. Crocifisso (1684-1984), Roma, Tip. A. Centenari, 1985, 29]. La seconda fonte, citata da P. Emanuele, sottolinea che, «Le notizie [sul religioso scultore]tramandateci dal Padre Casimiro sono state raccolte sinteticamente dal P. Samuele Platoni da Farnese (morto nel 1807) nella compilazione del “Necrologio della Provincia Romana”, al giorno 25 marzo 1694: “Nel convento di Aracoeli, fra Vincenzo da Bassiano, con fama di santità. È fama costante che questi fu sempre intento alla contemplazione della passione di Cristo. Essendo alquanto perito nell’arte della scultura scolpì molte immagini del Santissimo Crocifisso, conosciutissime per la gloria dei miracoli ed il concorso di fedeli. Sono particolarmente venerate quelle dei conventi di Nemi e di Farnese: al lavoro delle medesime non attendeva se non nei giorni di venerdì dopo aver flagellato a sangue il proprio corpo in ginocchio, e digiunando a pane ed acqua, tanto che possono dirsi effetto della pietà più che dell’arte e della tecnica» (Ibid.). Infine, le ultime fonti, più attendibile di questa precedente sono due manoscritti dell’Archivio romano dell’Aracoeli: ms. 63, di cui dette notizia ne riassunse i dati salienti il P. Romanelli nel suo articolo del 1987 sull’Osservatore Romano; e, il ms. 79, «un frammento delle Memorie e documenti raccolti dal p. Antonio da Cipressa: poche righe di un necrologio che gettano nuova luce, fornendo dati precisi su una figura che era rimasta fino a questo momento nebulosa: “ A dì 25 marzo 1694. Passò a miglior vita in questa nostra infermeria d’Aracoeli il Laico F. Vincenzo da Bassiano, dopo esser vissuto nella Religione per lo spazio di anni 55 e 70 di età con singolar concetto di santità. Amatissimo non solo dai Religiosi tutti, ma altresì universalmente dal secolo, perito in moltissime arti, e singolarmente nella scolatura, che esercitò con tanto profitto dei fedeli a gloria di Sua Divina Maestà, con quanta evidenza e splendore ne fan testimonianza i continui Miracoli che il Signore Dio va operando mediante l’effigie del Santissimo Crocifisso da lui devotamente scolpita in diversi conventi di questa Romana Provincia. Fu seppellito la notte del 26 suddetto, a ore 3 circa”». I Dati portano alla luce alcuni particola biografici: che «fra’ Vincenzo, nacque nel 1624 e fece il suo ingresso tra i Frati Minori Osservanti nel 1639. Scelse di rimanere un frate laico e non diventò mai sacerdote». Finalmente, il ms. 79, documento del notaio Panfilo Laurenzi, che il 23 aprile 1662, dall’Archivio dell’Aracoeli. «Essendo che il Reverendo fra’ Vincenzo da Bassiano, Custode della Salara [in pratica custode dei magazzini, dove veniva riposto il sale, che in quel tempo rappresentava un bene prezioso, sottoposto a pesanti gabelle] di Roma, per divina ispirazione mosso, abbia intagliato il Santissimo Crocifisso»Nello stesso ms. 79, si ritrova anche un documento dell’anificio del convento, dove venivano registrati i nomi dei frati ai quali veniva consegnato un abito nuovo. Fra quelli che ricevettero l’abito nel 1662, si trova mensionato, in giorno di 27 ottobre, anche « Fra Vincenzo da Bassiano, falegname» (Cf. Fra Vincenzo da Bassiano e i suoi Crocifissi, 2008; in, http://www.parrocchiasantagata.com/fra-vincenzo/io-crocifissi-di-fra-vincenzo-da-bassiano/fra-vincenzo-e-i-suoi-crocifissi.html [28/08/2010]).
[12] «L’unica nave di questa chiesa contiene due Cappelle, e tre altari; nel maggiore, dietro cui è situato il Coro, lavorato nel principio del corrente secolo da due Religiosi Francesi, con molta diligenza e gusto, si venera una divota immagine del nostro Redentore Crocifisso, formata da F. Vincenzo da Bassiano, e collocata in esso, dopo una generale processione fatta per tutta la Terra il dì 22 maggio 1684» (P. Casimiro da RomaMemorie istoriche delle chiese e dei conventi dei frati minori, 205). P. Romanelli, in un articolo posteriore, apparso on-line, cita questo testo di P. Casimiro (Cf. P.E. RomanelliFra Vincenzo da Bassiano e i suoi Crocifissi, 2008; in, http://www.parrocchiasantagata.com/fra-vincenzo/io-crocifissi-di-fra-vincenzo-da-bassiano/fra-vincenzo-e-i-suoicrocifissi. html [28/08/2010]).
[13] Casimiro da Roma informa che questo era l’atteggiamento del frate mentre scolpiva il Cristo di Nemi, non fa riferimento al Crocifisso farnesano (Cf. P. Casimiro da RomaMemorie istoriche delle chiese e dei conventi dei frati minori, 277-278).
[14] L’informazioni di Padre Modesto indurre a pensare che avessi in mano il libro di Padre Casimiro da Roma che, però, da un’informazione più sottile ‘sull’aiuto angelico’ del frate scultore. Inoltre, il riferimento è al Crocifisso di Nemi: «[…] ed è fama costante ch’egli un dì ritrovasse il di lei volto perfettamente compiuto da mano invisibile» (Cf. P. Casimiro da RomaMemorie istoriche delle chiese e dei conventi dei frati minori, 278).
[15] «[…] Ne i Venerdì di marzio sogliono i Farnesani visitarla processionalmente con grandissima devozione; e la Comunità di Proceno due volte l’hanno, ne i mesi di Giugno, e di Settembre, vi spedisce le Compagnie della SS. Trinità, e della Morte con oblazioni di cera» (Cf. P. Casimiro da RomaMemorie istoriche delle chiese e dei conventi dei frati minori, 278).
[16] Nell’archivio Parrocchiale di Farnese sono stati individuati più di un manifesto invitando la popolazione a partecipare ai trentennali in onore del Crocifisso. Questi risalgono all’Ottocento. Nel 1985, sempre sotto la gestione conventuale superiore di P. Modesto e di Don Nazareno Ercole, parroco di Farnese, fu realizzata la missione – ed altri eventi – per ricordare il terzo centenario del SS. Crocifisso del Convento francescano di Farnese. Fu pubblicato, posteriormente, un opuscolo – Farnese: a ricordo del Terzo Centenario del SS. Crocifisso (1684-1984) – che raccoglieva parte di questa storia, arricchita, soprattutto, dalla descrizione degli eventi realizzati in quelli anni e dalla testimonianza fotografica. Dalla testimonianza di A. Bartoloni, si è venuto a sapere che i festeggiamenti del trentennale che cadeva in 1975, preannunziati in questo articolo, non fu realizzato a causa del cambiamento delle famiglie religiose nei conventi della Provincia Francescana Romana.

11 maggio, 2013

A crise espanhola


O espanhol é um povo de uma audácia e tenacia únicas. Sabe engenhosamente recomeçarem, sempre, quantas vezes sejam necessárias. Lembro-me das Espanhas que conheci: a pobre Estremadura, a Galícia rural, o Pais Basco - com sua excelente qualidade de vida, quase americano nos modos, céltico na mística,... Que olha para Madrid como o mostro subterrâneo que come, prepotentemente, suas riquezas; a Catalunha e Valencia com seu futurismo arquitetônico capitaneado por Gaudi e Calatrava; o folclórico sul espanhol com seu passado mozarábico, sua fé popular arraigada e atrelada na contrarreforma católica - é sim, ainda estamos ali -; e Madrid, a transgênica cidade, almodoviana capital, com um pé no presente e outra no passado. Capaz de transformar refluir numa mesma cela o generalíssimo Franco e esquerdismo de Zapatero. A Espanha é assim, caminha carregando simultaneamente dentre de si seus vários passados. Parece equilibrar seus antagonismos: Opus Dei e Neocatecumenal, La Macharena e a Virgen de Pilar, o emigrante magrebino e emigrante latino,... A Espanha machadiana e unamuniana é assim!
Mas, nos últimos tempos, o que mais me tem atirado à atenção tem sido a gestão da grande crise econômica nacional. Quando comecei a frequenta-la, outra vez, a causa dos encontros com meu moderador da tese doutoral - um dominicano, irmão do inquisidor Torquemada, teólogo, discípulo di Pannicar, teólogo liberalmente de fronteira - pude acompanhar, olhando jostengerdernianamente desde fora, os passos da crise e os passos no reconhecimento da crise. No primeiro ano, 2006, vi a borbuja imobiliária de Valencia crescer. Os prédios pareciam fungos, cresciam da noite para o dia. Um ano, dois anos depois,... Buuuummmm! A bolha explodiu. Nos anos seguintes observei os indignados - participei pessoalmente a uma das manifestações, em Madrid - e a progressiva consciência de que a crise não era uma coisa mediática. Era real! O que hoje sei e não sei dizer é que: primeiro, ninguém atribui a crise ao governo Zapatero; secundo, a crise ainda está por ai, batendo na porta dos amigos e dos vizinhos; quando não, batendo em nossas portas. Dai vêm-me outras duas conclusões: a de que a crise só não colocou toda a Espanha de joelho porque uma parte não indiferente da economia vive do que acumulou no mercado externo, vive das consequências dos resquícios do sistema colonial; e, é justo destacar, o espanhol é um povo inovador, que traz dentro de si não somente o passado das descobertas dos avanços d'além-mar, da defesa sarracena, mas, um marcado caráter inovador.
Da crise que assolou toda a Península Ibérica, têm emergido grandes comissões de bairros, associações, creches, restaurantes populares, hortas comunitárias dentro de grandes cidades,... Tudo fruto da iniciativa privada. Viva a subsidiariedade! Antes que esperar pelo Estado, a população tem feito a sua parte economizando, organizando-se, associando-se para aliviar as dores da crise. Enquanto Estado não chega com soluções mais profundas, a população corre atrás de paliativos que mantém viva principalmente a certeza de que mesma na desgraça, não está só. Ao contrario do que se pensa a crise não gera o egoísmo e sim, ao menos no caso espanhol, faz nascer uma comunidade.

Quando o sol da o ar da graça


     Mais uma vez, o sol faz-se valer, após um interminável inverno e nós, vamos lá, saboreando sem pensar, as graças de uma jornada primaveril. O que mais espanta e ainda ter que cobrir-se como se fossemos em pleno inverno. Andar de moto, neste período, só sendo assim, coberto dos pés à cabeça. Bem nesta Itália de meu Deus, a primeira parada, após percorrer qualquer quilometro e ainda não abandonar a Urbe, para num semáforo e das mãos de um asiático ou de um africano saariano, compro o jornal. Com um euro e cinquenta se leva à praia o jornal só sábado, com mais de 40 paginas recheada de noticias - e de futilidades - e o encarte semanal: revista de 180 páginas, papel de grande qualidade, uma revista de variedades. Parece até mentira a possibilidade de comprar tanta informação tão baixo custo. O motivo é simples, o mercado editorial recebe subversão estatal.
     Enquanto dirigia-me ao mar, pedindo a Deus que na praia não ventasse muito, pensei naqueles vendedores de jornal; em quanto ganhariam para vender cada exemplar. Em minhas contas, uma mixaria, uma miséria. Praia quase vazia, uma bocas famílias, alguns pescadores, cães correndo na areia ou banhando-se no mar; sol e vento amenos, água gélida, qualquer avião e helicóptero sobrevoando o céu... Perfeito dia primaveril de mar.
     Outra coisa que me faz pensar é a superação do preconceito de levar lago para lanchar. Como presunto pequeno burguês - ao menos mentalmente - sempre julguei muito popular o ato de levar bolsas, tapawers e sacolinhas varias contendo os avanços do dia anterior, as frutas ao limite da validade, o "sanduíchezinho",... Pobre e limitada mentalidade pequeno-burguesa! Quando é que entrará na moda economizar?
     Bem, a praia me inspira algumas coisas: caminhar, fazer exercícios físicos na beira do mar; e, a melhor de todas as inspirações: ler. Dai o jornal, dai a revista, dai o I-pad. Já não posso fazer a menos de mostrar aos amigos, companheiros de praia, a notícia da ultima hora, aquela coisa que li e tanto me marcou, aquela imagem radicalmente expressiva.
Bem, depois de caminhar, fazer exercícios na beira do mar, debruço-me na areia formada de grãos não tão pequeninos de rochas negras e abro o jornal. O editorial do jornal "de direita" preanuncia os temas principais. Política, novo-governo, política, costume e sociedade, novo-governo, política. O italiano respira política. Mesmo quando não emerge o sentido critico, sabem o que acontece, reproduzem as opiniões dos telejornais e, por vezes, sabem "dizer a sua" sobre a crítica e mutável situação atual. Um ministro negro - o primeiro caso na inteira historia nacional -, um governo fragilmente coligado, audazes temas na agenda governativa - ius solis, direitos homossexuais, reforma do sistema eleitoral, plano para a superação da crise econômica assustadora,... E haja paginas nas revistas e nos jornais pra especular sobre estes temas! Lendo tais temas e olhando ao meu redor tudo aparenta ser tão virtual! Virtual o mundo em que vivo; virtual a situação descrita, virtual o mundo real. E è assim! A Itália traz dentro de si tanta história, tanta força que abrindo os olhos - ou fechando-os - abrindo um jornal - ou fechando-o - ao viajar no passado e no presente, com seus monumentos arqueológicos milenares ali, naquela praia, tão diante de mim, tudo parece tão efêmero, inclusive as minhas e as opiniões alheias. Mesmo quando gritando aos céus, diante da magnificência de Roma, a história presente, mesmo quando pungente, torna-se virtual. Vencerá o bom senso, a consciência histórica - com sua divida histórico-social pra com as minorias que construíram um Império -; ao fim, somente o bom senso poderá devolver o esplendor de sempre de uma civilização que ainda hoje se permite "impartire" desde si, uma benção Urbi et Orbi.

16 marzo, 2013

Il cattolicesimo liberale: un'initerrota tradizione di pensiero



I – I Cattolici liberali dell’800

La cultura cattolica vanta un’initerrotta tradizione di pensiero liberale, mostrando al giorno d’oggi la sua forza teorica, la sua praticabilità, e il suo immenso valore morale. Gli eredi attuali della tradizione del liberalismo cattolico sono Michael Novak, Leonardo Liggio, Alejandro Chafuen e P.Robert A. Sirico negli Stati Uniti d’America, Jacqes Garello, Philippe Nemo e Jean-Yves in Francia, Lucas Beltràm in Spagna, e don Angelo Tosato in Italia.
Tornando indietro troviamo Alexis de Tocqueville (1805-1859) il quale considera che ciò che caratterizza i vari socialisti è un profondo disprezzo per l’individuo, con un tentativo continuo di mutilare in tutti i modi la libertà umana, pensando che lo stato debba essere il padrone di ogni uomo.
Dopo di Tocqueville viene Lord Acton, che considerandosi un cattolico sincero e un sincero liberale, rinuncia a tutto quello che nel cattolicesimo non è compatibile con la libertà, e a tutto quello che in politica non è compatibile con la cattolicità. Secondo Acton gli ostacoli alla libertà sono non solo le oppressioni politiche sociali, ma anche la povertà e l’ignoranza. Il suo pensiero è che nella coscienza risiede il diritto e il dovere di giudicare l’autorità, considerando la libertà il regno della coscienza, seme esso di ogni libertà civile, e il modo in cui il cristianesimo è stato al suo servizio. La libertà non è un prodotto della natura ma bensì della civiltà avanzata. La libertà del buon selvaggio è un invenzione mitologica, poichè per noi, la libertà è il prodotto lento, e il risultato più alto della civiltà.
Frédéric Bastiat (1801-1850) dice che una nazione oppressa da tasse è impossibilitata a ripartirle in modo ecquo, di cui lo stato è incaricato di operare in modo fraterno i suoi cattolici, si vedra trasformati i suoi cittadini in postulanti, i quali trovano buone ragioni per dimostrare che la fraternità è intesa nel modo: “i vantaggi per me, e costi per altri”, strappando cosi alla legislazione un lembo di privilegio fraterno.
Per Antonio Rosmini (1797-1855) la proprietà privata è un valore connesso alla persona, condizione vitale di esso e della sua libertà. Costituendo la proprietà privata una sfera intorno alla persona, di cui la persona ne è il centro. Mons. Clemente Riva commenta Rosmini dicendo, che esso, concepisce la proprietà privata come un orizzonte che abbraccia valori culturali, spirituali, sociali, materiali ed economici.

II – I cattolici liberali nel Novecento

Secondo Michael Novak, teologo economista americano, ciò che ha tanto rivoluzzionato la prospettiva della vita umana, ampliando la possibilità di scegliere e di affermarsi è il capitalismo democratico. Per capitalismo democratico lui intende: un’economia prevalentemente di mercato, rispetto dei diritti della persona alla vita e alla libertà, e un sistema di istituzioni culturali animate da ideali di libertà e giustizia per tutti. Quindi, il sistema democratico si fonda sull’offerta di pari upportunità; tutti i cittadini devono aver fiducia di poter migliorare la propria condizione. Ed, nel L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo, lui asserisce che nell’intimo cuore del sistema capitalista vi è la fiducia nelle capacità creative dell’uomo.
Nella grande opera di Fredrich Hayek, sostiene Jacques Carrello, è avvenuto “l’incontro” tra il pensiero cattolico e il liberalismo, per lungo tempo in contrasto, poichè il liberalismo si presentava con tratti – tratti di razionalismo illuministico, di utilitarismo e di materialismo –, che non potevano essere inseriti all’interno della dottrina cristiana e del pensiero sociale della Chiesa. “Hayek ha distrutto quei razionalisti, eredi di una irragionevole età della ragione, che abusando di essa, sostenevano che il futuro non è, e non sarà mai, nelle nostre mani; dicendo che la società può e deve aiutare i più svantaggiati”. Garello, grazie a questi elementi del pensiero di Hayek è ragionevolmente ottimista circa gli esiti positivi che scaturiranno oggi dall’incontro tra cattolicesimo e liberalismo.
Scriveva Wilham Roepke (1889-1966) economista tedesco, che, l’antichità classica e il cristianesimo, sono i veri antenati del liberalismo, essendo antenati di una filosofia sociale, che regola il rapporto tra l’individuo e lo Stato. Sono sue queste frasi:
- In sostanza il liberalismo è il figlio leggittimo del cristianesimo.
- Il cristiano è un liberale che non sa di esserlo.
Quando morì Roepke, Ludwig Erhad cancelliere della germania occidentale, disse che il miracolo tedesco era dovuto in gran parte alle idee di Roepke.
Ma ben cosapevole del nesso, tra i suoi ideali cristiani e una politica liberale, in Germania è sempre stato Konrad Adenauer (1876-1967); alcune sue riflessioni:
- La media proprietà è una sicurezza essenziale degli Stati democratici.
- Secondo la mia opinione, gli interessi paralleli ed economicamente coordinati sono e saranno sempre la base più sana e più duratura per dei buoni rapporti politici tra i popoli.
- Secondo il mio parere, l’esistenza e il rango dell’individuo devono venire prima dello Stato.
In Italia, sulla stessa linea Luigi Einaudi (1874-1967):
- Liberalismo è quela politica che concepisce l’uomo come fine. Si oppone al socialismo il quale concepisce l’uomo come un mezzo per raggiungere fini voluti da qualcuno che sta al di sopra dell’uomo stesso, sia esso la società, lo Stato, il governo, il capo.
Don Angelo Tosato (1938-1999), maestro di liberalismo ai nostri giorni, ha mostrato con il suo lavoro esegetico, che la “richezza” che impedisce, a giudizio di Gesù, l’accesso al regno di Dio, è quella che rende insensibili all’indigenza dei fratelli, facendo trascurare il precetto fondamentale dell’amore del prossimo.

III – L’insegnamento di don Luigi Sturzo

Abate del liberalismo, nel secolo che abbiamo appena alle spalle, è don Luigi Sturzo (1871-1959). Ecco alcuni dei suoi pensieri:
- La democrazia vera non é stata statalista.
- Smobilitiamo, appena vi sia la possibilita,tutti gli enti che potranno essere passati all’economia privata, ovvero resi perffetamente autonomi. A far ciò primo e unico passo: proibizione per legge che gli impiegati statali di qualsiasi rango possano essere nominati amministratori, commisari e sindaci degli enti statali, parastatali o con partecipatazione statale.

- Io non ho nulla, non possiedo nulla, non desidero nulla. Ho lottato tutta la mia vita per una libertà politica completa ma responsabile. La perdita della libertà economica, verso la quale si corre a gran passo in Italia, segnerà la perdita effetiva della libertà politica, anche se resteranno le forme elletive di un parlamento apparente che giorno per giorno seguirà la sua abdicazione di fronte alla burocrazia, a sindacati e agli enti economici, che formeranno la struttura del nuovo Stato più o meno bolscevizzato. Che Dio disperda la profezia.
Quel poco che ci mette l’iniziativa privata da sola, al di fuori di contatti ibridi e torbidi con lo Stato, è merito di imprenditori intellegenti, di tecnici superiori, di mano d’opera qualificata della vecchia libera tradizione italiana. Ma va scomparendo sotto l’ondata dirigista e monopolista.
- Il paternalismo dello Stato verso gli enti locali, con sussidi, concorsi, aiuti e simili, toglie il senso della resposabilità della pubblica amministrazione e concorre in gran parte a deformare al centro il verso carattere del deputato.
- Oggi si è arrivati all’assurdo di voler eliminare il rischio per attenuare le responsabilità fino ad annullarle, poichè garantisce lo Stato. Allora dov’è il rischio? E la responsabilità? Svanita.
- in un paese, dove la classe politica va divenendo...classe statale, non solo va a morire la libertà economica, ma pericola la libertà politica.
- abbiamo in Italia una triste eredità del passato prossimo, e anche in parte del passato remoto, che è finita per essere catena al piede della nostra economia.
- Mi permetto di aggiungere il voto che si tenga  fermo il principio della libertà economica, elemento necessario in regime democratico cardine di prosperità e spinta al progresso.

IV – Lo scontro tra Sturzo e la Pira

Nel 1954 Giorgio la Pira scrive al presidente della Confindustria Angelo Costa che non ha senso parlare di libera concorrenza e di iniziativa privata, in uno Stato nel quale la quasi totalità del sistema finanziario è statale e i ¾ circa del sistema produttivo è direttamente o indirettamente statale.
Sturzo è persuaso che tali affermazioni provengono da un buon cristiano come la Pira, poichè per entrambi lo Stato è un mezzo, non un fine, e quindi esso attraverso la povera gente, possa assicurarea ciascun cittadino il suo minimo vitale. Tuttavia, Sturzo vede nella vuona intenzione de la Pira un errore. Errore questo, poichè lo statalista della povera gente, è pur sempre uno statalista, e lo statalismo porta alla fame distruggendo libertà e diritti umani.
Secondo la Pira i problemi del paese si sarebbero risolti ponendo la totalità del sistema finanziario in mano allo stato.
Secondo Sturzo le gestioni statali sono quasi tutte passive, e se attive sempre più costose a causa di: mancanza di rischio economico che attenua il senso di responsabilità; interferenze politiche che attenua o annulla la caratteristica dell’impresa. Tali considerazioni Sturzo le scrive sul Giornale d’Italia del 13 maggio 1954, ribadendo che la soppressione della libertà economica, presto o tardi comporta la perdita della libertà. In sostanza: “Lo Stato è per definizione inabile a gestire una bottega di un ciabbattino, e se incapace di amministrare la bottega di un ciabattino, come è stato possibile che in Italia i cattolici abbiano accettato di affidargli il quasi monopolio della scuola?”.

V – In somma:

Analizzando gli scritti del cattolicesimo liberale si rendono evidenti quelle che possiamo chiamare le ragioni della libertà: la nostra creaturalità e quindi la nostra fallibilità. Rosmini punta la sua attenzione su quella che chiama “lunga, pubblica, libera discussione”. Da parte sua, Antiseri afferma che, l’atteggiamento del liberale è qello di chi è disposto ad ammettere ‘io posso aver torto, tu puoi aver ragione’. “Mettendosi quindi in discussione – conclude –, ci si può avvicinare alla verita”. Esigendo così la discussione, che è l’anima della democrazia. Connesso ad esso, la consapevolezza della nostra fallibilita, si apre la competizione, macchina di esplorazione dell’ignoto, per il progredire della scienza.
Con entambi questi principi, quali consapevolezza della fallibilità, e principio di competizione, quello di euguaglianza. Per un cristiano non c’è nessun uomo che sia più importante di un  altro uomo, tutti hanno una uguale dignità e, questi, nella società aperta, sono uguali davanti alla legge. L’incoranazione di questa realtà e l’uguaglianza di  opportunità. Che onora i meriti e combatte i privilegi.


O discernimento vocacional



I Resumo
Discernir significa distinguir as diversas realidades presentes para depois tomar posição em relação a elas. O discernimento requer que a pessoa seja consciente da própria liberdade, do contrário seria isenta da responsabiliade dos atos. Um grande desafio atualmente é oferecer um discernimento vocacional que vise sobretudo ajudar principalmente aos jovens a desenvolverem suas capacidades e recursos pessoais para auto-dirigirem suas vidas, e consequentemente suas escolhas e decisões.
Esse trabalho não tem como objetivo dar resoluções para os inúmeros desafíos da Pastoral Vocacional, mas oferecer um meio ou luzes para qualificar o serviço de acompanhamento vocacional, pessoalmente e nos grupos; uma reflexão sobre a dinâmica cristã da vocação com as condições para o discernimento, os desafíos atuais que o interpelam, o significado do discernimento vocacional e enfim um modelo de critérios para a sua aplicação.

II Introdução

Discernimento é o ato ou efeito de discernir. É a capacidade de distinguir as situações, avaliando-as com bom senso e clareza, depois de conhecê-las e entendê-las, a fim de tomar posição em relação a elas. A partir da antropologia bíblica, a liberdade é a capacidade de optar voluntariamente pelo bem e concretizá-lo. E não só, a liberdade nos abre à verdade, graças à tendência interiore que nos conduz à verdade mesma, e não apesar dela. É fundamental nessa dimensão a função da Graça e do Espirito Santo[1].

III Condições para discernir

Para discernir a pessoa deve ser consciente da própria liberdade como pressuposição imprescindível. A liberdade é a capacidade de dispor de si mesmo; daí que só uma pessoa livre interiormente e em condições de liberdade pode discernir verdadeiramente. Do contrário, a pessoa mesma seria isenta da responsabiliade dos seus atos. A liberdade é um precioso dom, talvez aquilo de mais digno que a pessoa tenha na sua existência. Ela permite um olhar aberto diante da vida, sem reduzir ou desconsiderar nenhum dos seus aspectos. Interessante que, até mesmo as desvantagens são consideradas a fim de discernir bem, com sucesso.
Segundo o pensador espanhol Ortega y Gasset, o mundo é um repertório de possibilidades. Isso implica escolhas, que por sua vez necessitam discernimento. A decisão é um ato da vontade que canaliza forças para alcançar o objeto almejado. Por outro lado, o discernimento conta conscientemente com a possibilidade não só de acertar, mas também de errar[2]. Certamente, os desacertos podem ser frutos do modo apressado e desqualificado de se proceder no discernimento, não respeitando o conhecimento e a assimilação dos aspectos em jogo. Um bom discernimento é consequência do confrontar de idéias, sem medo, dando tempo ao tempo. No fim, o acerto portará sempre consolação e paz, e no fundo, a certeza de que era a coisa justa.

IV Discernir se faz necessário

O nosso mundo se caracteriza atualmente pelo fenômeno da globalização neoliberal do mercado, gerando em nome da liberdade irrestrita um sistema excludente, no qual as pessoas valem pelo que produzem. Enquanto sistema excludente, a globalização difunde a insensibilidade, levando as pessoas a se tornarem indiferentes diante dos problemas e dos sofrimentos dos demais seres humanos. Passa a vigorar a lei da concorrência, obrigando o indivíduo a pensar antes em si mesmo e ver no outro o concorrente a ser derrotado. A falta de sensibilidade, por sua vez, costuma fazer-se acompanhar do cinismo, do desprezo e do preconceito contra aqueles que reclamam da situação e tentam sobreviver[3].
Tudo isso provoca uma crise muito forte na dimensão espiritual, pois conduz a um estilo de vida onde os valores não vão além do cotidiano, do banal e do imediato, e no pior dos casos passam a ser relativizados. Isso por sua vez provoca comportamentos anti-éticos, ou seja, tudo é lícito, tudo é permitido, desde que sejam respeitadas as regras do mercado. Essa lógica mercantil faz as pessoas voltarem-se para si mesmas e para os próprios interesses, estimulando o cultivo do individualismo arrebatador e possessivo. Consequentemente há um desinteresse pela bem comum e a cidadania não ocupa mais espaço na vida dos membros de uma comunidade. Dá pra perceber o quanto é difícil falar e pregar os valores evagélicos em uma situação como esta.
O alerta do Episcopado brasileiro no Ano vocacional considerava esse fundo problemático como ponto de partida para pensar o discernimento vocacional. Sobretudo por considerar as consequências graves de tal realidade neoliberal:
“gera, entre outras coisas, o individualismo exacerbado, a arrogância e a pretensão de eficiência; favorece o espírito de concorrência, a sensação de incompetência e de irresponsabilidade coletiva. Ela tem o padrão de consumo como critério central de construção da identidade pessoal e grupal. Tende a desvalorizar a cultura local e a ver o pobre, aquele que não tem, como não-pessoa. Todas essas coisas criam sérias dificuldades para a opção vocacional”[4].
Um grande apelo ao discernimento, não só o vocacional, mas no sentido amplo de valores cristãos, é notado em quase todas as cartas de Paulo às diversas comunidades e pessoas por elas representadas. Um texto clássico, que serve de exemplo é: “Não vos ajusteis a este mundo, e sim tranformai-vos com uma mentalidade nova, para discernir a vontade de Deus, o que é bom, aceitável e perfeito” (Rm 12,2). Se vê que o discernimento é uma operação típica do homem espiritual, aliás é fundamental pois faz parte do culto espiritual apresentado no versículo anterior: “[...] pela misericórdia de Deus vos exorto a oferecerdes como sacrifício vivo, santo e aceitável; seja esse o vosso culto espiritual” (Rm 12,1).
Enfim, em meio a tantas condições vulneráveis e inconsistentes, o discernimento passa a ser um grande desafio para o homens e mulheres de bem. Mais ainda desafiador é falar de discernimento vocacional para o jovem de hoje, embora não seja um desafio negativo, mas uma necessidade pela qual a comunidade eclesial tem que se confrontar mais cedo ou mais tarde.

V Discernimento vocacional

O discernimento vocacional implica um desejo, talvez curioso, da parte de alguém em servir a Deus e aos irmãos, em um modo específico. Tal desejo deve ser discernido, purificado, confrontado a fim que as motivações ou os valores que estão por trás sejam claros e possam levar a concretizá-lo satisfatoriamente. Ou então, a fim de iluminar a busca, ampliando suas possibilidades, tendo sempre presente que Aquele che chama abençoa o esforço do que é chamado.
Não é fácil, aliás é um processo complexo, até mesmo pelo fato da unicidade das pessoas vocacionadas, as quais possuem uma história irrepetível. Por isso, o acompanhamento vocacional deve ser antes de tudo personalizado, ou seja, considerar o vocacionado naquilo que lhe é próprio: origem, história, cultura, etc. É uma exigência concreta de fidelidade à pessoa que busca no acompanhamento vocacional orientação para a vida. Efetivamente isso significa acolher as pessoas como elas são[5]. Isso requer um processo de formação aos futuros acompanhadores vocacionais, na esperança que se possa oferecer meios concretos que promovam o discernimento vocacional, dentro das possibilidades de cada realidade.
Por outro lado, o acompanhamento vocacional tem uma dimensão de mistério, isto é, não é uma realidade matemática que pode assegurar lucros e prever desvantagens. Não. Sobretudo porque lida com pessoas. E ainda por cima, é Deus a iniciativa da vocação. Ele tem critérios que são às vezes ilógicos dentro do ponto de vista humano. Basta recorrer aos vocacionados na Bíblia, homens e mulheres dentre os quais alguns não eram os melhores e mais capacitados, mas foram convocados e agraciados, e porque não dizer acreditados por Deus para uma determinada missão (Cf. Ex 3,1-12; Jr 1,4-10).
Diante do mistério da iniciativa de Deus em vocacionar alguém para uma missão, deve-se considerar o discernimento vocacional em todos os aspectos, mas principalmente a relação entre fé e personalidade. A realidade neoliberal apresenta uma visão fragmentada e inconsistente de tudo, e talvez seja por isso tão difícil para os jovens de hoje darem uma resposta comprometida e durável. De fato, muitos têm uma boa caminhada de fé, porém, de muita imaturidade humana para ter capacidade de escuta e opção radical[6]. Por conseguinte, em meio a entusiasmos e dúvidas, se faz necessário um caminho de conhecimento pessoal destemido, antes de mais nada, para depois avaliar as tendências vocacionais.
Em geral, a melhor maneira de se realizar o discernimento vocacional é num clima pedagógico favorável no qual acompanhador e acompanhado devem se encontrar para juntos dar espaço para atuação da graça de Deus, já que é o Espirito Santo o protagonista principal do acompanhamento. O acompanhador deve ser consciente da sua função de mediação e escuta reflexiva que ajude a iluminar o acompanhado.
De fundamental importância é o conhecimento e estima da própria vocação por parte do acompanhador vocacional. Afinal como lidar com o desejo vocacional de busca de um jovem, se antes de mais nada eu mesmo não tenha feito um percusso pessoal de busca vocacional, ou seja, experimentado na própria pele tanta inquietação interior? Em verdade, é sempre entusiasmante ter presente o sentido da vocação: “é o descobrimento do próprio rosto, do projeto de vida, do nome que Deus deu a cada um de nós, do papel que Ele confiou à cada um na vida [...] único, singular e irrepetível[7].
Infelizmente o discernimento vocacional por um lado é uma realidade temida não só pelos jovens, mas também pelos agentes de pastoral vocacional, talvez por sentimento de impotência diante do mistério da vocação, ou quem sabe por não querer se envolver tanto, para evitar os fracassos. Por outro lado, ao invés, quando se fala de discernimento, geralmente, se pensa logo na entrada do candidato no seminário ou no convento, de um modo mais ou menos definitivo[8]. E aí se esquece que um dos objetivos do acompanhamento vocacional é iluminar e promover o amadurecimento humano a fim de que o vocacionado seja capaz de optar por um caminho específico, e não os números e estatísticas.
Talvez, um aspecto pouco refletido ou pouco experienciado no trabalho vocacional seja justamente essa dimensão da gratuidade do serviço à vocação, ou seja, acolher, escutar e em um segundo momento oferecer pistas para que a pessoa escolhar livremente, sem intervenções interesseiras tipo:
– Contávamos com 20 jovens no último encontro vocacional e somente um resolveu ingressar... atualmente já está com os seus pais”.
Quem sabe esse tipo de pensamento seja déficit de uma visão eclesial mais ampla.
Esistem muitos modelos de critérios para o discernimento vocacional e justamente pela complexidade da realidade da vocação em si, nenhum deles é perfeito e por isso mesmo são somente modelos. Apresento suscintamente algumas orientações neste âmbito, de Amedeo Cencini[9]:
a)     Abertura ao mistério, sem afirmar-se rigidamente numa escolha definitiva, mas saber ler o que está acontecendo consigo mesmo de maneira gratuita, sem querer pré-definir nada.
b)    Prudência motivada pela esperança confiante de que a vocação não depende das próprias capacidades, mas da gratuidade d’Aquele que chama.
c)     Integração pessoal, ou seja, o conhecimento suficiente dos próprios aspectos positivos e negativos, dos ideais e das suas contradições, sem camuflar essas tensões sob a pretensão de ser vocacionado.
d)    Fazer um caminho de conhecimento pessoal: afetividade, dons e carismas pessoais, auto-estima, valores, mas também limites, fraquezas, inconsistências.
e)     Saber relacionar-se com a verdade-beleza-bondade da vocação, buscando-a sempre sem jamais exaurí-la. De fato, a busca incansável é típica de quem já encontrou, ou indica que se está na direção justa.
f)      Ser consciente da própria história de vida como lugar da presença de Deus, e portanto, o chamado não se dá em eventos extraordinários, mas dentro da própria história. E por isso é fundamental aprender a ler e compreender as suas aspirações pessoais.
g)     Viver a própria busca vocacional como sinal de gratidão a Deus por infundir tal desejo de busca, manifestação e dom da sua delicadeza para com o vocacionado.
h)    Enfim, é bom que o vocacionado conheça aquilo que é específico de cada vocação: exigências, responsabilidades, etc., para um discernimento seguro e claro.
Naturalmente que esses critérios devem ser vividos dentro de um itinerário vocacional, o qual implica: oração pessoal e comunitária, partecipação eclesial, escuta da Palavra de Deus, vivência sacramental, comportamento ético adequado, sensibilidade crítica diante do mundo. Um caminho largo, cheio de horizontes e também de dificuldades que caberá ao acompanhador e ao vocacionado percorrê-lo juntos. Pode ser que a intuição experiente de Cencini ilumine aos futuros acompanhadores no discernimento vocacional: “Há algum tempo compreendi que somente vivo devidamente a minha vocação quando permito que os demais descubram e aceitem sua própria e vocacão pessoal[10].

VI – Conclusione

No discernimento vocacional nunca se deve perder de vista o aspecto do mistério da ação divina da graça de Deus que vocaciona e ao chamar também capacita a responder generosamente ao seu chamado. Nesse sentido, se deve ter consciência das limitações humanas e principalmente de que as técnicas são somente um auxílio e não o fim do processo de discernimento. Por isso, a confiança consciente da presença e do auxílio de Deus, que não deixará a sua obra inacabada, permite um justo equilibrio.

VII – Bibliografia

Livros:
CENCINI, A., Alguien te llama, Carta a un joven que no sabe que es llamado, Sal Terrae 78, Cantabria, 2000.
GOYA, B., Formazione integrale alla vita consacrata, EDB, Bologna, 2000.
Documento:
Batismo: fonte de todas as vocações, Texto-base do Ano Vocacional no Brasil, CNBB, 2003.
Artigos:
BILHA, J. A., “Discernimento e seus critérios”, in Medellín XXX / 119-120 (2004).
CATAÑO, C. E., “La familia como primeiro y mejor seminario”, in Medellín XXX / 119-120 (2004).
CECINI, A., “I criteri del discernimento vocazionale”, in Rogate ergo, 5 (2001).


[1] BILHA, J. A., “Discernimento e seus critérios”, in Medellín XXX / 119-120 (2004), p. 396.
[2] BILHA, J. A., “Discernimento e seus critérios”, p. 397.
[3] Batismo: fonte de todas as vocações, Texto-base do Ano Vocacional no Brasil, CNBB, 2003, n. 55-57.
[4] Ibid., n. 59.
[5] GOYA, B., Formazione integrale alla vita consacrata, EDB, Bologna, 2000, p.28.
[6] BILHA, J. A., “Discernimento e seus critérios”, p. 410.
[7] CENCINI, A., Alguien te llama, Carta a un joven que no sabe que es llamado, Sal Terrae 78, Cantabria, 2000, p. 44.
[8] CATAÑO, C. E., “La familia como primeiro y mejor seminario”, in Medellín XXX / 119-120 (2004), p. 329.
[9] CENCINI, A., “I criteri del discernimento vocazionale”, in Rogate ergo, 5(2001) pp. 17-22.
[10] CENCINI, A., Alguien te llama, p. 10.